Mercoledì 08 Settembre 2010

Napolitano, un gentiluomo al governo della crisi


27 FEBBRAIO 2007 - L'INDIPENDENTE
Vede, caro giornalista, il punto è che nessuno qui si ricorda le cose. Perché se avessero un pizzico di memoria storica, capirebbero che le crisi di governo sono tutte una diversa dall’altra.
E che nella crisi di governo si entra in un modo e quasi sempre se ne esce in un altro». Antonio Del
Pennino ha alla spalle sei legislature alla Camera e una al Senato. È senatore del Partito repubblicano e con la Dc di Rotondi ed altri senatori ha costituito un gruppo a Palazzo Madama. Giovedì è salito al Quirinale per le consultazioni del presidente della Repubblica. Napolitano è il terzo Presidente che incontra in questa veste, dopo Cossiga e Ciampi.<br>
La memoria va indietro nel tempo, agli ultimi mesi della Prima Repubblica. «Nell’aprile 1991 va in
crisi il sesto governo Andreotti. Cossiga fa le consultazioni e poi Andreotti riceve di nuovo l’incarico. Forma il governo ma assegna ai tre esponenti repubblicani indicati dal segretario La Malfa ministeri diversi da quelli concordati. Scoppia il putiferio. Il Pri minaccia di lasciare il governo (come accadrà). E Cossiga che cosa fa? Convoca al Quirinale la sola delegazione repubblicana, a crisi formalmente conclusa. Capisce che non c’è margine di trattativa ne prende atto». La politica si adatta alle esigenze del momento, anche innovando prassi consolidate. Regola che non vale solo per un politico puro come Cossiga, ma anche per un tecnico restato alla politica. «Dieci anno dopo, siamo al 2001, al Quirinale c’è Ciampi. Berlusconi vince le elezioni, sostenuto da una coalizione che in campagna elettorale lo ha indicato come futuro presidente del Consiglio in caso di vittoria, anche se di questa indicazione non vi è traccia né in Costituzione né nella legge elettorale. Ciampi ne tiene
correttamente conto e che cosa fa? Convoca delegazioni di coalizione, in modo tale da sentirsi dire
da tutti insieme che vogliamo confermare l’indicazione data in campagna elettorale. Una assoluta
novità». Se la regola del non c’è due senza tre ha un senso, allora è il momento di scoprire qual è la novità introdotta da Napolitano. Eccola dunque: «anche Napolitano ha interpretato con finezza politica la crisi del governo Prodi. Infatti ha chiesto delegazioni separate ai gruppi parlamentari di Senato e Camera, proprio perché i problemi di un ramo del Parlamento non sono quelli dell’altro».
Il Capo dello Stato che Del Pennino si è trovato di fronte gli è parso preoccupato per la situazione, ma non particolarmente sorpreso dal voto del Senato. Già più volte aveva richiamato pubblicamente il
governo a fare attenzione ai numeri nell’aula di Palazzo Madama. «Napolitano è un gentiluomo che
pesa le parole» ecco perché un paio di espressioni usate nella dichiarazione pubblica di sabato,
quando ha comunicato il rinvio alle Camere del governo, sono assai significative. Il presidente della
Repubblica dice che «allo stato» non c’è una concreta alternativa al rinvio e definisce «legittime
e motivate le ipotesi di sperimentazione di una diversa e più larga intesa di maggioranza». Queste
sono le espressioni chiave, come sottolinea uno che la sa lunga come del Pennino. «Il presidente è
innanzitutto preoccupato di una legislatura che non può finire dopo pochi mesi. Vede tutta la fragilità della situazione, ma dice anche apertamente che occorre mettere mano alla legge elettorale prima di andare a votare di nuovo. A noi ha detto che l’Italia è l’unico Paese con premio di maggioranza e sbarramento insieme nella legge elettorale in vigore. E ritiene che si debba cambiare». Un Presidente dunque attentissimo a non apparire di parte nel governare la sua prima crisi di governo, ma non per questo notaio indifferente. E ora che succede? Del Pennino è drastico: «La rigidità dell’Unione ha impedito ora un governo di larghe intese, ma lo ha reso problematico anche per il futuro. Più ci si allontana dal voto dell’anno scorso e più si avvicinano nuove elezioni. D’altronde D’Alema nella replica al Senato ha fatto di tutto per ricompattare la maggioranza, ma non ci è riuscito. In fondo li capisco. I Ds hanno il congresso. Come fanno Fassino e D’Alema a presentarsi col governo istituzionale e chiedere lo scioglimento per fare il partito democratico? Un suicidio…». Ci aspettano mesi agitati, questa è l’unica certezza.