Condanne a morte, la battaglia comincia adesso
17 NOVEMBRE - L'INDIPENDETE
Fissiamo nella memoria questa sigla: L 29. È la sigla della risoluzione approvata dalla terza commissione dell’Onu contro l’uso della pena di morte. Una decisione importante, che non vogliamo definire storica solo perché ci porterebbe a quel tipo di giornalismo del sensazionale che mai fa un buon servizio al lettore. Una decisione importante dopo i fallimenti del ‘94, del ‘99 e del 2003, quando analoghe risoluzioni non raggiunsero il quorum di voti necessario per approvare il documento e farlo passare all’esame dell’aula. Una decisione che è anche un successo italiano, essendo noi tra i Paesi che hanno più fortemente appoggiato il voto, insieme a Brasile e Nuova Zelanda che ne sono stati i proponenti. Adesso bisogna guardare al futuro con l’occhio del buon senso e non con quello della retorica.
Per fare questo occorrono una consapevolezza e due linee d’azione.La consapevolezza è che la battaglia è giusta e nobile, perché è la battaglia dei buoni contro i cattivi. Ma non può essere la battaglia degli stupidi, quindi deve essere una battaglia capace di rassicurare chi pensa (sbagliando) che l’equazione pena di morte uguale sicurezza sia valida. Ad esempio lo pensa una certa parte dell’opinione pubblica americana, Paese da cui abbiamo molto da imparare in termini di democrazia e libertà. Oppure lo pensano decine di milioni di persone nei Paesi in via di sviluppo, dove spesso i problemi di sicurezza sono assai più gravi che da noi. Come dice Desmond Tutu, «castighi, risentimenti e vendette ci hanno lasciato un mondo intriso di sangue di troppi nostri fratelli e sorelle ». Le due linee d’azione debbono avere obiettivo comune, pur essendo apparentemente in contraddizione. Serve da un lato grande elasticità mentale, per portare sulla posizione giusta quei Paesi ancora contrari. Si pensi alla Cina, ad esempio. Secondo Amnesty International nel 2005 lì hanno eseguito l’80 per cento delle condanne a morte di tutto il mondo. Ma è anche vero che negli ultimi mesi giungono segnali positivi, come quello della sempre più frequente sospensione della pena e successiva trasformazione in ergastolo. Dall’altro lato serve intransigenza, perché in molti angoli del pianeta la pena di morte regola conti tra avversari politici. Questo non deve essere concesso mai a partire da subito. Su questo fronte non c’è mediazione possibile. Tutti gli strumenti di pressione debbono essere utilizzati, ricordando sempre che l’approvazione di documenti al Palazzo di Vetro è l’inizio e non la fine della battaglia.
