Meno partiti per evitare compromessi
23 NOVEMBRE 2007
Se c'è un bisogno impellente del nostro sistema politico è quello di una drastica semplificazione, che, in soldoni vuol dire riduzione del numero dei partiti. Lo dimostra in modo inequivocabile la convulsa trattativa dentro la maggioranza sul Welfare, dove troppi interessi elettorali finiscono per produrre accordi mai ambiziosi, poco riformisti, certamente troppo costosi per lo Stato.
Il tema però non può essere affrontato prendendo in giro gli italiani, sostenendo ad esempio che per risolvere il problema è sufficiente cambiare la legge elettorale. Su questo punto Berlusconi e Veltroni, il cui dialogo può fare del bene al Paese, debbono farsi carico di una grande operazione-verità. La legge elettorale può aiutare, mettendo ad esempio solide soglie di sbarramento ad un sistema di voto proporzionale. Ma questa riforma deve essere vivificata da un nuovo "costume" politico, in base al quale non si fondano partiti su piccoli distinguo, ripicche personali, litigi di poco conto, furbeschi calcoli elettorali. Le grandi democrazie si fondano su un sistema con pochi soggetti attivi sulla scena politica, all'interno dei quali si svolge un acceso e democratico dibattito. Non esistono al mondo partiti in cui sono tutti d'accordo su tutto, basta ad esempio osservare i due grandi partiti americani: i dissensi interni li rendono vivi, ma non per questo inconcludenti. Da noi nasce un partito al giorno, se contiamo quelli locali. Così non si va da nessuna parte, chi lo nega è bugiardo. E lo sa benissimo.
