La storia di Sergio, manager di Mestre. Di lui resta solo una camicia gialla
22 NOVEMBRE - LIBERO
Pubblichiamo di seguito il capitolo “La camicia gialla di papà” - del libro “Obiettivi quasi sbagliati” di Roberto Arditti, con la collaborazione di Chiara Buoncristiani. Nel volume, edito da Sperling & Kupfer, si narrano le storie di vittime degli anni di piombo raccontate dalle loro famiglie. Ci sono esempi di coraggio e forza di volontà, ma anche di disperazione e silenzio. L’autore dà voce a chi, in tutti questi anni, si è tenuto un passo indietro, allargando le braccia e scuotendo la testa ogni volta in cui, sui giornali e in tv, si è preferito dare la parola ai carnefici.
ROBERTO ARDITTI
A un certo punto arriva lo scatolone. Dopo qualche giorno, quando le sensazioni e il dolore cominciano a trovare un posto più definito. Lo scatolone contiene gli oggetti di papà, che qualche giorno prima è stato ammazzato mentre compiva il gesto più normale che segna l’ini - zio della giornata di lavoro: raggiungere la sua automobile pochi istanti dopo essere uscito di casa. ::: Papà vive lontano, lavora lontano. Barbara è a Brindisi con la mamma. Papà Sergio a Mestre, dove fa il manager alla Montedison. Un rapporto forte tra padre e figlia, nonostante la lontananza, nonostante il fatto che papà viva con un’altra donna. Mille telefonate tra i due, con Sergio che scrive lettere dolcissime alla figlia, con Barbara che corre al Nord appena può, come nelle vacanze di Natale appena passate. Poi d’improvviso le pallottole, il sangue, la morte. E la corsa angosciante fino a Mestre, i funerali, i discorsi. E quelle valanghe di parole che ti scaricano addosso, piene di buoni sentimenti, deboli nella loro incapacità di riparare quello che si è rotto. ::: A un certo punto Barbara torna a casa. Per forza, la sua vita è a Brindisi. Lì c’è casa, mamma, la scuola. A 18 anni è quasi un’adulta, ma quel “qua - si” è alto come una grattacielo. Passa qualche giorno ed eccolo, lo scatolone. Qualcuno, forse la nuova compagna, riunisce una serie di oggetti di Sergio. Ci sono anche le lettere di Barbara.Ec’è lo spazzolino da denti.Masoprattutto c’è quella camicia gialla. Bellissima, a quadri. Quella camicia che ricorda tanto papà: gli stava benissimo e poi a lui piaceva tanto, se la metteva tutto orgoglioso, costretto com’era a vestiti austeri tutta la settimana per ragioni di lavoro. Ecco Barbara che apre lo scatolone e trova la camicia. La guarda, la tocca, la sente, si accorge che papà l’ha messa da poco, che non c’è nemmeno stato il tempo di lavarla. Allora Barbara la prova: le piace indossarla, le sta bene. È un modo per stare con papà, con quello che resta di papà. Barbara mette e rimette la camicia senza lavarla, perché ha addosso l’odore di Sergio. Un odore che è un sentimento, un ricordo, un’emozione. A poco a poco però l’odore cambia. Perché a quello del padre subentra quello della figlia. La camicia c’è, l’odore di Sergio svanisce. Non si può tornare indietro.