Mercoledì 08 Settembre 2010

TERRORISMO: ROBERTO ARDITTI RACCONTA LA LUNGA SCIA DI VITTIME 'QUASI SBAGLIATE'


TREDICI STORIE RIPESCATE DAL LIMBO - I FAMILIARI, CARNE VIVA DELLA TRAGEDIA EVERSIVA DI OGNI MATRICE

Roma, 6 dic. (Adnkronos) - Immaginate la traiettoria di un proiettile. Un unico proiettile che parte da Piazza Fontana e attraversa gli anni Settanta e Ottanta della storia repubblicana. E' il tempo della strategia del terrore, dell'attacco al cuore dello Stato, del 'colpiscine uno per educarne cento': nomi diversi per un'unica guerra che ha lasciato sul campo molti uomini 'sbagliati', che nulla c'entravano con quella stagione di piombo. Uccisi perche' cercavano di fare il proprio lavoro o per un tragico scambio di persona. O piu' semplicemente per essersi trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato. Quello che sappiamo di loro finisce con il giorno dell'attentato. Ma cio' che e' successo dopo, e' un fatto quasi segreto, che trasforma i sopravvissuti a loro volta in vittime. Dopo il funerale e gli abbracci di Stato, sulle famiglie dei 'morti per sbaglio' e' calato un assordante silenzio. Si e' fatta strada, fino a regnare del tutto inquieta, una solitudine amara cresciuta con i calendari strappati e il peso di una fredda burocrazia. Tredici storie di quelle famiglie che non hanno dimenticato, sono ora raccontate dal libro del giornalista Robeto Arditti: 'Obiettivi quasi sbagliati. Storie di vittime degli anni di piombo raccontate dalle loro famiglie' (Sperling&Kupfer. pp. 256, euro 14), che sara' presentato oggi, alle ore 18, nella Sala del Consiglio della Camera di Commercio di Roma (via dei Burro', 147) dal Guardasigilli Clemente Mastella e dal presidente del Copasir Claudio Scajola.

Queste pagine, che si avvalgono anche della collaborazione di Chiara Buoncristiani, si snodano con consumata perizia gornalistica a raccontare fatti di vita e di morte. L'agile penna di Arditti -che e' tra i principali autori di 'Porta a Porta' ed editorialista del 'Tempo', oltre che curatore di una rubrica quotidiana di commneti su RTL 102.5- firma un'inchiesta nel dolore, nel sangue ma anche nella speranza di gente per bene, che ha accettato dolorosamente di scavare nel proprio cuore per consentire a una cronaca privata, la piu' nascosta e la meno raccontata, di farsi storia. Un contributo alla costruzione di una memoria nazionale se non condivisa, almeno accettata.

Nessuna voglia di rivalsa, pero'. Nei fatti narrati come nelle vite che faticosamente hanno aperto la porta di casa perche' la vita deve continuare ci sono, invece, sempre storie di coraggio e di dignita'. Storie scovate da un lungo silenzio, rimaste inascoltate per decenni. Roberto Arditti ha incontrato le famiglie delle vittime, ha guardato i loro volti segnati da pensieri strozzati. Ha dato voce a chi, in tutti questi anni, si e' tenuto un passo indietro, allargando le braccia e scuotendo la testa ogni volta in cui sui giornali o in tv si e' preferito dare la parola ai 'carnefici'. Nella stagione degli anni di piombo, c'e' chi ha pensato che morti e feriti fossero pesi da gettare sul piatto della 'rivoluzione' o mattoni per costruire un 'ordine nuovo'. Ma morti e feriti non possono essere lo strumento di niente. Sono morti e basta. Se ne sono andati senza un perche', lasciando nel vuoto le persone con cui condividevano una casa, un lavoro, gli affetti piu' veri, il sole dei giorni. Ma anche chi resta non se la cava meglio: si muovono passi ma come condannati ''a un limbo'', dira' Gianni Berardi, figlio di Rosario Berardi, maresciallo di polizia ucciso a Torino dalle Brigate Rosse, ''non possiamo diementicare, ma andiamo avanti con poca voglia di vivere e continuare''. Questa gente, taglia corto l'autore, ''e' la carne viva della tragedia del terrorismo di ogni matrice''. Perche' per le ferite del cuore ''le medicine non arrivano''.

QUELLE VEDOVE CHE LA MATTINA DOPO L'ATTENTATO DOVEVANO PEPARARE LA COLAZIONE AI FIGLI

La pesante catena di dolori inizia con Roberto Prina, che ha avuto la sventura di trovarsi al piano ammezzato della filiale della Banca Nazionale dell'Agricoltura nel pomeriggio di quel maledetto 12 dicembre 1969. Oggi vive tra Savona e Imperia, ma la sua vita continua a essere imbevuta di quell'odore di sangue ed esplosivo. Piazza Fontana e' un incubo che non puoi cancellare; le immagini sono impresse sulla pellicola e il rullino e' una quarantena. Si scorrono le pagine e vengono incontro altre sofferenze dell'anima: sono quelle dei familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna. In quella sala d'aspetto, alle 10 del mattino del 2 agosto 1980, i loro cari volevano solo prendere un treno. Si ritrovarono in un inferno che ha condannato anche i loro figli e parenti. Un treno di morte sara' anche il rapido 904 che va da Napoli a Milano il 23 dicembre 1984. Federica ha solo 13 anni, troppo pochi per morire sotto un tunnel dal quale la famiglia Tagliatela non e' ancora uscita. Ma i segni sulla pelle li hanno pure i figli di Lando Conti, ex sindaco di Firenze e Francesca, la figlia del medico Luigi Marangoni la cui perdita le ha lasciato un senso di provvisorieta': ''Quando ho una cosa bella, non so se durera'. Improvvisamente finisce tutto''.

''Questo pero' non e' un libro che vuole infilarsi nel filone che dice: 'cattivo questo Stato' che ha dimenticato alcuni suoi figli -dice all'ADNKRONOS Roberto Arditti- Lo Stato ha fatto come fa quasi sempre: maluccio e con ritardo, ma le leggi di aiuto alle vittime sono arrivate. Anche se qualche anno dopo il momento in cui potevano venire. Mi sta invece a cuore dire: lo Stato siamo noi, e non possiamo dirci comunita' se non teniamo alto sullo stendardo il dovere della memoria, che e' un dovere civile''. La comunita' dell'Italia ''si e' esercitata nel chiedere incessantemente a Mario Moretti, Renato Curcio, Francesca Mambro, Giusva Fioravanti o altri ex terroristi rossi o neri il perche' della loro scelta, come la pensavano e perche'. Quasi mai, con l'eccezione di alcune vittime eccellenti, ci siamo posti il problema delle vedove la mattina dopo l'omicidio dei loro mariti. Quando quelle donne dovevano preparare la colazione ai loro figli. Ed erano sole. Non gliene e' fregato niente a nessuno''.

Di vittime della violenza eversiva ce ne sono tante. Una cicatrice aperta sulla quale non e' stato lanciato ancora sale. In questo contributo, tiene a rimarcare Arditti, ''ho voluto prendere in considerazione le 'vittime senza divisa', perche' sono quelle del cui ricordo ci siamo dimenticati ancora di piu'. Basti pensare alla storia della famiglia del maresciallo di polizia Rosario Berardi. Quando le Brigate Rosse lo ammazzano a Torino, per alcuni giorni dopo la cerimonia funebre una pattuglia della polizia -agenti molto rispettosi e anche dispiaciuti di quello che andavano facendo- suono' alla porta di casa Berardi perche' il maresciallo fu assassinato con la pistola nella cintura dei pantaloni. Non amava portare la fondina. Ma il regolamento prevedeva il recupero della stessa fondina, che il maresciallo Berardi a insaputa della sua intera famiglia aveva lanciato sopra un armadio di vestiti, in camera da letto. Quei poveretti, che gia' doveva fare i conti con la morte del padre o del marito, si trovarono cosi' a dover cercare quella fondina, fino a trovarla''.

NON C'E' UN TAVOLO IL DOLORE DI GENTE PER BENE - LA PAURA NEL CUORE DI TUTTI

Ma c'e' anche la signora Marangoni, che oltre a vedere l'omicidio del marito dalla finestra di casa deve incassare ''un'altra beffa della vita: paga il trasporto in ambulanza da casa, morente, verso quell'ospedale di cui il marito era il direttore sanitario. In un Paese in cui i capi di tutte le cose vivono generalmente in una condizione di raccomandati per cui non pagano quello che dovrebbero pagare. La famiglia Marangoni si'. Verrebbe da dire che senza la cattiveria, quegli anni non si spiegano. Perche' sulla busta che recapitava la fattura alla signora, c'era scritto: 'Vedova Marangoni'. Non fu un mostruoso errore della burocrazia, ma un altro pezzo della storia di questo Paese''. ''Eppure -fa notare l'autore- figli e nipoti di quei morti 'sbagliati' vivono in mezzo a noi. Viene a cinema e al supermercato con noi, e sono italiani per bene. Provati, certo, nella loro dimensione di cittadino. Chi piu', chi meno''.

In questo particolare viaggio nel dolore spesso muto di gente rimasta orfana o vedova, Arditti ha anche stilato una geografia della sofferenza: ''Tra i parenti delle vittime -spiega- c'e' piu' sfiducia al Sud che al Nord, perche' generlmente e' proprio al Mezzogiorno che lo Stato mostra il suo volto peggiore. Al Sud ho trovato gente che diceva: lasciamo stare, cosa me ne viene? Tanto non c'e' nulla da fare''. Sottotraccia al volume scorre un'altra vena di consapevolezza: ''Queste persone hanno parlato di questi fatti con gran fatica, anzitutto tra loro. Le famiglie hanno trascorso anni senza mai tornare su quei fatti. Per decenni non hanno voluto ricordare il giorno dell'attentato, perche' non se ne ha la forza o la voglia. Ci si vuole separare da un fatto inspegabile''. Anche oggi, rimarca Arditti, ''non c'e' una famiglia che se ne fa una ragione. E la pratica non si puo' chiudere la ferita solo elaborando il lutto. E' solo la forza degli eventi che ti obbliga all'accettazione. Non c'e' un tavolo per questo dolore''.

''Se parli con questa gente -nota il giornalista- e gli chiedi di ricordare i momenti dei processi, ne esce un quadro agghiacciante. Non perche' non abbiano fiducia nella giustizia, ma c'e' una reazione di disgusto, perche' quando alcuni anni dopo le famiglie delle vittime -e' il caso della famiglia di Pietro Orecchia- vanno ai processi con Pima Linea alla sbarra, trovano carabinieri che dicono loro: 'Comportatevi bene. State zitti'. Ma perche' rimanere in silenzio quando una parte di te se ne e' andata per sempre con una pallottola sparata da quei terroristi che vedono parlare in gabbia? Si va avanti cosi', fino a quando un maresciallo dei carabinieri dice: 'Qui hanno tutti paura. Lo volete capire?'. Questa pero' non e' una risposta''.

Ecco, scandisce Arditti: ''Il vero tema degli anni di piombo era far penetrare la paura nel cuore di tutti. E questa e' la ragione di 'obiettivi quasi sbagliati'. La diffusione a tutti i livelli della paura era il vero bersaglio della lotta armata, perche' quando ammazzi Moro forse la gente non lo percepisce fino in fondo ma quando a cadere sotto quel piombo e' il vicino di casa, la persona che conosci e con cui hai parlato poche ore prima, la faccenda cambia. Ti riguarda da vicino, forse puo' succedere una notte anche a te. La porta di casa tua non e' piu' sicura''.

'LA CAMICIA GIALLA DI PAPA' - MAI PASSARE PER PIAZZA DELLA LOGGIA, VIVERE SENZA VENDETTE

E a chi gli chiede cosa si e' 'costruito' con quei morti, Arditti replica deciso: ''Fose si'. Nel senso che l'Italia degli anni Settanta e' un Paese in cui il pensiero di molti e': ne' con lo Stato ne' con le Br. Quella di un decennio dopo, e decine di migliaia di vite rovinate, e' una nazione nella quale per temi del genere tutto questo spazio non c'e' piu'. Si fa strada un sentimento migliore''. Il fenomeno terrorismo, avverte Arditti non e' tuttavia chiuso: ''Abbiamo due grandi capitoli da scrivere: ci sono le stragi impunite e tanti buchi: ad esempio quando i carabinieri del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa entrano nel covo delle Brigate Rosse a Genova, trovano anche tremila schede. Conociamo quasi sempre i vertici delle Stelle a cinque punte, un po' di logistica, ma non conosceremo la rete dei fiancheggiatori che copri' i terroristi, il loro 'brodo' di coltura. Nessuno ci faccia credere che quel fenomeno riguardo' e riguarda solo quelle centinaia di persone che poi sarebbero state condannate. Su questo abbiamo una pagina della storia italiana bianca, quasi tutta ancora da scrivere''.

Da esperto cronista, Arditti ha raccontato delle storie. Tra queste ve ne sono alcune che lo hanno interrogato a fondo e forse bruciano anche sotto gli occhi del lettore di queste pagine. E' 'la camicia gialla di papa'', il racconto che Barbara Gori fa del papa' Sergio, assassinato a Mestre dalla colonna veneta delle Br ''ha una camicia a quadri e l'indossa sentendone l'odore su quel tessuto rimasto in una scatola. Poi, la camicia col passare dei giorni prendera' il suo profumo, perdendo l'odore del padre. Di chi l'ha messa al mondo e amata, non potra' trattenere piu' nulla. Anche il ricordo e' materia difficile da gestire''.

Un'esperienza umana forte, come quella di Giorgio Trebeschi, figlio di Alberto e Clementina ''che a 18 mesi rimane orfano di papa' e mamma, morti a Piazza della Loggia il 28 maggio 1974. E chiama papa' lo zio, fratello gemello del padre. Oggi e' un funzionario della Banca d'Italia e a 35 anni confessa di non essere riuscito a finire di leggere i diari del padre, un uomo impegnato con la Cgil. E quando e' dovuto andare a Brescia, ha evitato di passare per Piazza della Loggia''. Vicende che dicono ch ''il dolore non e' astratto. Non si tratta di pensare in modo doloroso, ma di vivere ogni giorno con questa sofferenza che scava dentro''.

Ecco perche' nell'introduzione al libro si puo' affermare: i veri prigionieri siamo noi. ''Perche' non ti liberi. Sono quelli che la mattina dopo un attentato che ha ucciso il padre o il fratello davanti casa, sono dovuti uscire dallo stesso portone''. C'e' un messaggio per queste pagine, oltre la cronaca e la giusta evidenza data alle vittime? ''Si', dobbiamo volere bene a questi italiani. Lo dico senza retorica: un Paese senza memoria non e' un Paese civile. Non abbiamo la macchina del tempo, ne' e' questione di aiuti materiali. Ma non possiamo evitare di dedicare energie per questa gente che ha portato una croce e oggi paga il canone Rai, si ferma al semaforo, non alza la voce. Anche se ha vissuto di tutto''.

''Oggi dei terroristi -conclude Arditti- non vogliono saperne. Alcune famiglie hanno ricevuto anche delle lettere da loro. Ma prevale il 'lasciateci perdere', 'via, basta'. Non so se qualcuno abbia perdonato, ma nessuno e' desideroso di vendetta''.