Una ragazzina, una famiglia l'orrore di una strage di Natale
4 NOVEMBRE - IL MATTINO
Mancano due giorni al tredicesimo Natale di Federica. A 13 anni su un treno in corsa ci sei tutti i giorni: è il treno della tua vita che prende velocità. Ti muovi anche se stai fermo. Non più bambina, non ancora adolescente, Federica è come un lembo di spiaggia, fatto di acqua che non è già più acqua e di terra che non è ancora tutta terra. Ma quel 23 dicembre Federica sale su un treno vero, il rapido 904 che da Napoli va a Milano. Con lei mamma Rosaria e papà Nicola. Federica Taglialatela vive a Ischia, un’isola che d’estate è piena di gente e d’inverno è ancora più bella, perché toglie i panni di rappresentanza. Terme, spiagge affollate e quel profumo di fiori che intontisce. Luoghi lontani da quell’Italia che, a cavallo degli anni Ottanta, è seduta su una polveriera. Ma di quella polveriera Federica non sa nulla. Perché Ischia d’inverno è vestita solo di mare. Un mare così diverso, quando, dal finestrino, lo guardi correre, allontanarsi e infine scomparire. Federica è rapita e ammirata. Poi, d’improvviso, si gira verso Gianluca, suo fratello, che ha 16 anni. E pronuncia una frase che lui non dimenticherà mai: «Sarebbe bello vivere su un treno». Perché a 13 anni la vita è un progetto non ancora consapevole e anche un viaggio in treno ha il sapore della scoperta. Quel sapore di nuovo, che ti riempie la testa. Eppure quelle sono forse le ultime parole di Federica. Alle 19.07 una bomba collocata sul nono vagone uccide diciassette persone ferendone 267. Una bomba nascosta dentro una borsa, tragica vigliaccheria su un treno pieno di borse, un treno che sa di vacanze di Natale, zii e nonne che vivono lontani, panettoni e pandori da togliere dal sacchetto. Quella bomba ruba i sogni di Federica. Ed è un furto senza riparo, rimpiazzo, risarcimento. Gianluca ci pensa ancora adesso. Ci penserà per sempre. Sullo stesso treno, proprio nello scompartimento a fianco, c’è Angela De Simone. Con lei il marito Nicola e i due figli Anna e Giovanni. Nicola ha 40 anni. Anna ne ha 9. Giovanni soltanto 3. Anche Angela è diretta a Milano, perché stanno andando a trovare i fratelli del marito. Anche Angela guarda fuori dal finestrino e vede passare l’Italia - mare che diventa colline e montagne, sobborghi e città - ma con occhi diversi da Federica. Perché c’è qualcosa dentro di lei che sente tutto per la prima volta. Angela ha 34 anni e custodisce una promessa, un segreto, confidato solo alla sorella Titta, una nuova vita che sta per prendere forma. Angela aspetta un bambino, ne è praticamente certa. È il terzo figlio per lei e Nicola. Presto lo saprà anche il marito: lei sta preparando le parole per dirglielo. Immagina la sua faccia, lo stupore e poi il sorriso. Forse il momento giusto sarà proprio Natale o il primo giorno del nuovo anno. In ogni caso Angela pensa ci sia tempo. Tempo per annunciare e tempo per progettare. Ma anche tempo per allattare, vestire, accarezzare. Invece alle 19.08 il tempo finisce. Angela si trova in corridoio. La sua testa è esattamente sotto la borsa con l'esplosivo. Del suo corpo non si troverà più niente. Polverizzato. Cancellato. Come se non fosse mai esistito. E con lei se ne va la creatura che ha nel grembo, non ancora nata e dunque nemmeno conteggiata fra le vittime della strage del rapido 904 Napoli-Milano, che infatti, ufficialmente, sono diciassette. Non sapremo mai se fosse un maschio o una femmina. *** Sono le 12.55 del 23 dicembre 1984, il treno rapido 904 sta per partire dalla stazione di Napoli Centrale con destinazione Milano. È l’antivigilia di Natale: c’è ressa. Già sul binario inizia la gara per trovare un posto a sedere. Quasi tutti i viaggiatori vanno verso nord. Ci sono intere famiglie attese dai parenti per trascorre insieme le feste: sono cariche di valigie, piene di regali e di dolci. Fra i tanti che si affrettano, anche i Taglialatela e i De Simone. (...) Chi sale su quel treno non immagina che presto entrerà a far parte di un altro capitolo di sangue della storia italiana. Alcuni passeggeri sono passati prima nella zona di San Gregorio Armeno, a Napoli, per comprare le statuine del presepio. Le vogliono portare fino a Milano, dove di così belle non se ne trovano. Le trasportano incartate in grandi buste di plastica, avvolte, perché non si rompano, in vecchi fogli di quotidiani. (...) I napoletani in partenza per il Nord prendono posto. Qualcuno sceglie la nona carrozza, la prima di quelle di seconda classe. Giusto a metà del convoglio. Qualcuno come i De Simone e i Taglialatela. Il treno parte alle 12,55. Si ferma a Roma, poi a Firenze; salgono nuovi passeggeri, alcuni scendono. Stracolmo, il convoglio lascia la stazione di Santa Maria Novella e si avvia verso Bologna. Sono le 19.08 quando il rapido 904 supera la stazione di Vernio e imbocca la Grande galleria degli Appenini verso San Benedetto Val di Sambro. Con diciannove chilometri di rotaie distese nel ventre delle montagne, era il tunnel più lungo dell’intera rete ferroviaria d’Europa. Su questa stessa tratta, dieci anni prima, si è consumata la tragedia dell’Italicus, quando dodici persone persero la vita nell’esplosione di un ordigno sul Roma-Monaco di Baviera. Una strage impunita. Ora il treno percorre la galleria a una velocità di 110-120 chilometri orari, ma al settimo chilometro la sua corsa viene interrotta. È qui che una terribile esplosione squarcia in due il convoglio, proprio all’altezza della prima carrozza di seconda classe. Non è un incidente ferroviario, come si crede in un primo momento. È proprio una bomba. Dopo il boato, il fragore. Poi qualche istante di silenzio: «La cosa più traumatizzante è ricordare il silenzio. Totale, assoluto. Per alcuni secondi forse, non lo so, non so stabilire quanto sia durato», dirà un superstite. Fino a quando torna il sonoro. E con esso urla di terrore, disperazione, dolore. Il materiale della carrozza dilaniata colpisce due volte i passeggeri: la prima nell’esplosione, la seconda ripiombando loro addosso dopo il rimbalzo contro le pareti della galleria. «C’è stato un bagliore fortissimo, una luce accecante che ha attratto la mia attenzione dietro di me. Mi sono girato d’istinto, il vetro è andato in frantumi colpendomi il viso. Credo ci sia stata una specie di scossa elettrica», racconterà un altro superstite. Poi è il caos: c’è chi scappa, senza sapere dove, calpestando cose e persone, senza immaginare che la galleria è troppo lunga per poterne uscire a piedi, in una direzione come nell’altra. «Io non so cosa sentivo sotto le mani. Era come melma, perché era tutto umido», sarà la sintesi sconvolgente di una delle persone in fuga. Nel buio causato dal black out elettrico, una coltre tossica di fumo nero e denso rende l’aria irrespirabile. Nelle narici l’odore pungente dell’esplosivo. Chi non si è trovato a ridosso della deflagrazione salta giù dal treno in preda al panico, non capisce cosa sia successo: un deragliamento, il crollo della galleria, forse l’impatto contro un altro treno. I soccorsi si scontrano con il vento che impedisce l’ingresso dal lato in cui il percorso è più breve, cioè da Vernio. Così l’attesa delle vittime si protrae: «La situazione è drammatica, ma la cosa più spaventosa sono le urla di una donna che è uscita, ma non ha potuto portare con sé la figlia che è rimasta dentro. Urla per tutte le quattro, cinque ore che siamo rimasti in galleria che vuole rientrare, che vuole recuperare la figlia», spiega una passeggera. Quella donna è la mamma di Federica, Rosaria Gallinaro. Nell’attentato al rapido 904 muoiono subito quindici persone, 267 sono ferite. Altre due persone moriranno tempo dopo. Tra i morti ci sono tutta la famiglia De Simone e la piccola Federica. Suo padre, Gioacchino Taglialatela, è la diciassettesima vittima. Si spegnerà successivamente, a causa delle lesioni riportate. *** Rosaria. Lei lo sente subito. «Mio marito non trovava il modo per dirmelo, ma io lo sapevo. Dopo l’esplosione ci hanno fatto scendere dal treno, sotto quel tunnel. E io l’ho capito subito. Quando ho visto che mi avevano fatto scendere, mio marito l’avevano fatto scendere, Gianluca l’avevano fatto scendere e lei non scendeva. Ho capito che i vivi li avevano fatti scendere e i morti no». Rosaria Gallinaro la verità su sua figlia la intuisce fin dall’inizio. Come a proteggerli, lascia che Gioacchino e Gianluca sperino ancora di rivedere Federica. Gioacchino Taglialatela è il marito di Rosaria, Gianluca il figlio più grande. Sono entrambi feriti, in stato confusionale. Non sentono quando un ragazzo della Protezione civile si avvicina alla mamma disperata e le sussurra: «Dio se l’è presa». Oggi Rosaria lo chiarisce senza girarci attorno, con quella schiettezza che forse solo il tempo aiuta a trovare. Il tempo, tanto tanto tempo. Con le spalle che negli anni sono diventate larghe, Rosaria ti guarda negli occhi e racconta il suo dolore senza esibirlo. «Dopo lo scoppio della bomba è l’inferno». Papà Gioacchino comincia a chiamare Federica e Gianluca. Grida i loro nomi con tutta la forza che ha. Grida nel buio della galleria, con i timpani rotti per il boato, fra dozzine di feriti, valigie rovesciate, lamiere contorte. Un posto spaventoso, dove centinaia di persone impaurite cercano di dare un senso a quei momenti, cercano di ridare una logica ai propri movimenti. Si muovono come fantasmi, in uno spazio dove ogni cosa che tocchi è ostile, umida, pericolosa. Si muovono senza vedere, perché c’è un buio ancora più fitto del buio, un buio denso di fumo e di disperazione. Quintali di detriti sono infatti caduti sui passeggeri: la galleria ha tenuto l’esplosione tutta dentro, moltiplicandone l’effetto distruttivo. Federica riesce a rispondere. «Sì, papi», urla. Viva. Allora è viva. Papà la raggiunge e le prende la mano. Gliela stringe, comincia a giocare con il suo anellino. Ma non proprio subito. Quasi subito. Forse passa qualche decina di secondi, forse qualche minuto. La stretta di Federica si allenta. Papà Gioacchino pensa sia svenuta. Deve essere svenuta. Si arrabbia anche. E grida ai soccorritori che non la portano giù dal treno. Invece Federica è morta, poco dopo quell’ultimo «sì, papi». Gioacchino lo capisce solo più tardi. O forse semplicemente non lo vuole ammettere. Si arrende all’ospedale di Bologna, quando glielo dicono in faccia. La sua prima preoccupazione è per la moglie: «Come faccio a dirglielo?». Ma l’infermiera che assiste Rosaria lo avverte. «Credo che la signora lo sappia già. Continua a piangere, a chiedere che male ha fatto Federica». Per i primi tre giorni e tre notti Rosaria non dorme. Poi, una mattina, avverte una mano che le sfiora la testa. Sente la voce di Federica che la chiama. È la stessa voce di quando, nei caldi pomeriggi di Ischia, Federica la va a svegliare dopo il riposo pomeridiano. Rosaria non sa se la voce sia davvero esistita. È certa di essere stata sveglia in quel momento, nel momento in cui ha sentito la voce, ma è consapevole che potrebbe essere stato un sogno a occhi aperti. Però conserva le parole della suora, che è la caposala del reparto: «Signora, è venuta a salutarla prima di andarsene».
